NOVECENTO E L’INVENTORE DEL JAZZ: UN DUELLO

Novecento, lui, non è che si interessasse molto alla cosa. Non la capiva neanche bene. Un duello? E perché?
Però era curioso.
Voleva sentire come diavolo suonava l’inventore del jazz.
Non lo diceva per scherzo, ci credeva:che fosse davvero l’inventore del jazz.
Credo che avesse in mente di imparare qualcosa. Qualcosa di nuovo. Era fatto così, lui. Un po’ come il vecchio Danny: non aveva il senso della gara, non gli fregava niente sapere chi vinceva: era il resto che lo stupiva. Tutto il resto.
[…]JellyRoll Morton si presentò nella sala da ballo di prima classe,elegantissimo, in nero. Tutti sapevano benissimo cosa fare. I ballerini si fermarono, noi della band posammo gli strumenti, il barman versò un whisky, la gente ammutolì.
Jelly Roll prese il whisky, si avvicinò al pianoforte e guardò negli occhi Novecento. Non disse nulla, ma quello che si sentì nell’aria fu:
“Alzati da lì”.
Novecento si alzò.
“Lei è quello che ha inventato il jazz, vero?”
“Già. E tu sei quello che suona solo se ha l’Oceano sotto il culo, vero?”
“Già.”
Si erano presentati.
Jelly Roll si accese una sigaretta,l’appoggiò in bilico sul bordo del pianoforte, si sedette, e iniziò a suonare.
Ragtime. Ma sembrava una cosa mai sentita prima. Non suonava, scivolava. Era come una sottoveste di seta che scivolava via dal corpo di una donna, e lo faceva ballando. C’erano tutti i bordelli d’America, in quella musica, ma i bordelli quelli di lusso, quelli dove è bella anche la guardarobiera.
Jelly Roll finì ricamando delle notine invisibili, in alto in alto, alla finedella tastiera, come una piccola cascata di perle su un pavimento di marmo.
La sigaretta era sempre là, sul bordo del pianoforte: mezza consumata, ma la cenere era ancora tutta lì. Avresti detto che non aveva voluto cadere per non far rumore. Jelly Roll prese la sigaretta tra le dita, aveva mani che erano farfalle, l’ho detto, prese la sigaretta e la  cenere se ne stette là, non voleva saperne di cadere, forse c’era anche un trucco, – non so, certo non cadeva.
Si alzò,l’inventore del jazz, si avvicinò a Novecento, gli mise lasigaretta sotto il naso, lei e tutta la sua cenere bellaordinata, e disse:”Tocca a te, marinaio”.Novecento sorrise. Si stava divertendo. Sul serio. Si sedette al piano e fece la cosa più stupida che poteva fare.
Suonò Torna indietro paparino, una canzone di un’idiozia infinita, una roba da bambini, l’aveva sentita da un emigrante, anni prima, e da allora non se l’era più tolta da dosso, gli piaceva, veramente, non so cosa ci trovasse ma gli piaceva, la trovava commovente da pazzi. Certo non era quello che si direbbe un pezzo di bravura. Volendo l’avrei saputa suonare perfino io. Lui la suonò giocando un po’ coi bassi, raddoppiando qualcosa, aggiungendo due o tre svolazzi dei suoi, ma insomma era un’idiozia e un’idiozia rimase. Jelly Roll aveva la faccia di uno a cui avevano rubato i regali di Natale. Fulminò Novecento con due occhi da lupo e si risedette al piano. Staccò un blues che avrebbe fatto piangere anche un macchinista tedesco,sembrava che tutto il cotone di tutti i negri del mondo fosse lì e lo raccogliesse lui, con quelle note. Una cosa da lasciarci l’anima. Tutta la gente si alzò in piedi: tirava su col naso e applaudiva. Jelly Roll non fece nemmeno un accenno di inchino, niente, si vedeva che stava per averne piene le palle di tutta quella storia. Toccava di nuovo a Novecento. Già partì male perché si sedette al piano con negli occhi due lacrimoni così, per via del blues, si era commosso, e questo si può anche capire.
II vero assurdo fu che con tutta la musica che aveva in testa e nelle mani cosa gli venne in mente di suonare? II blues che aveva appena sentito.
“Era così bello,” mi disse poi, il giorno dopo, per giustificarsi, pensa te.
Proprio non aveva la minima idea di cosa fosse un duello, non ne aveva la minima idea. Suonò quel blues. Per di più nella sua testa si era trasformato in una serie di accordi,lentissimi, uno dopo l’altro, in processione, una noia  micidiale.
Lui suonava tutto accartocciato sulla tastiera, se li godeva a uno a uno quegli accordi, anche strani,oltretutto, roba dissonante, lui se li godeva proprio. Glialtri, meno. Quando finì partì perfino qualche fischio.Fu a quel punto che Jelly Roll Morton persedefinitivamente la pazienza. Più che andare al piano, cisaltò sopra. Tra sé e sé ma in modo che tutti capissero benissimo sibilò poche parole, molto chiare.”E allora vai a fare in culo, coglione.”Poi attaccò a suonare. Ma suonare non è la parola. Ungiocoliere. Un acrobata. Tutto quello che si può fare, conuna tastiera di 88 tasti, lui la fece. A una velocitàmostruosa. Senza sbagliare una nota, senza muovere unmuscolo della faccia. Non era nemmeno musica: eranogiochi di prestigio, era magia bella e buona. Era unameraviglia, non c’erano santi. Una meraviglia. La gentediede di matto. Strillavano e applaudivano, una cosa così non l’avevano mai vista. C’era un casino che sembravaCapodanno. In quel casino, mi trovai davanti Novecento:  aveva la faccia più delusa del mondo. E anche un po’stupita. Mi guardò e disse:”Ma quello è completamente scemo…”.Non gli risposi. Non c’era niente da rispondere. Lui si piegò verso di me e mi disse:”Dammi una sigaretta, va’…”.Ero talmente stranito che la presi e gliela diedi. Vogliodire: Novecento non fumava. Non aveva mai fumato prima. Prese la sigaretta, si girò e andò a sedersi al pianoforte. Ci misero un po’, in sala, a capire che si eraseduto lì, e che magari voleva suonare. Ci scapparonoanche un paio di battute pesanti, e risate, qualche fischio,la gente fa così, è cattiva con quelli che perdono. Novecento aspettò paziente che ci fosse una specie disilenzio, intorno. Poi gettò un’occhiata a Jelly Roll, che sene stava in piedi, al bar, a bere da una coppa dichampagne, e disse sottovoce:”L’hai voluto tu, pianista di merda”.Poi appoggiò la mia sigaretta sul bordo del pianoforte.
Spenta.
E iniziò.
[…]
Così.Il pubblico si bevve tutto senza respirare. Tutto in apnea.Con gli occhi inchiodati sul piano e la bocca aperta, come dei perfetti imbecilli. Rimasero così, in silenzio,completamente tronati, anche dopo quella micidiale scarica finale di accordi che sembrava avesse cento mani, sembrava che il piano dovesse scoppiare da un momento all’altro. In quel silenzio pazzesco, Novecento si alzò, prese la mia sigaretta, si sporse un po’ in avanti, oltre la tastiera, e la avvicinò alle corde del piano.Leggero sfrigolio.
Fu lì che la gente si risvegliò dall’incantesimo. Venne giùuna apoteosi di grida e applausi e casino, non so, non siera mai vista una cosa del genere, tutti urlavano, tuttivolevano toccare Novecento, un bordello generale, non si capiva più niente. Ma io lo vidi, lì in mezzo, Jelly RollMorton, fumare nervosamente quella maledetta sigaretta,cercando la faccia da fare, e senza trovarla, non sapevanemmeno bene dove guardare, a un certo punto la sua mano di farfalla si mise a tremare, tremava proprio, e io lavidi, e non lo dimenticherò mai, tremava così tanto che a  un certo punto la cenere della sigaretta si staccò e cadde giù, prima sul suo bell’abito nero e poi, scivolando, fin sulla scarpa destra, scarpa di vernice nera, brillante, quella cenere come uno sbuffo bianco, lui la guardò, me laricordo benissimo, guardò la scarpa, la vernice e la cenere,e capì, quello che c’era da capire lo capì, si girò su se stesso e camminando piano, passo dopo passo, così pianoda non muovere quella cenere da lì, attraversò la grande sala e se ne sparì, con le sue scarpe di vernice nera, e su una c’era uno sbuffo bianco, e lui se lo portava via, e lì c’era scritto che qualcuno aveva vinto, e non era lui.

ALESSANDRO BARICCO * NOVECENTO

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